A proposito di ponti...

 

17 novembre 1951. Alzati di buon'ora per affrontare la propria quotidianità, insegnanti, militari, minatori, operai si trovano in transito sulla linea ferroviaria Vibo Valentia Marina-Mileto-Pizzo.

17 novembre 1951, ore 5,00. Durante il passaggio sul vallone "Giliberto-Timpa bianca" avviene la catastrofe: crolla l'arcata alta 14.00 metri, il treno si schianta al suolo .... e quindi, ecco per molti  la fine di sogni, di speranze, del quotidiano impegno nel lavoro, degli affanni quotidiani...

E, come spesso avviene, nessuno ne è colpevole. 

 

L'Archivio di Stato di Vibo Valentia conserva , tra i fascicoli penali del Tribunale di Vibo Valentia, un corposo procedimento penale contro "Ignoti  imputati del delitto di cui all'art. 449 del C.P.P. per aver cagionato un disastro ferroviario, verificatosi la mattina del 17 novembre 1951 in località "Ciliberto" agro di Vibo Valentia in seguito a crollo di due arcate del ponte della ferrovia Calabro Lucane sul burrone "Torrebianca" in cui precipitò la littorina n. 340, cagionando la morte di " molte persone.

La scelta di pubblicare su questo sito alcune pagine significative della vicenda è un modo per rinnovare la memoria su questo doloroso episodio. Ma, purtroppo, l'altra verità e che i fatti di questo genere si ripetono e non sempre si dà seguito all'attribuzione delle colpe a chi non ha fatto, coscientemente, il proprio dovere.

 

Si propone, di seguito, la lettura di alcune testimonianze e del dispositivo della sentenza (Tribunale di Vibo Valentia, fascicoli penali, b. 945).


Testimonianze

1) Foti Rocco di Giuseppe di anni 54 da S. Costantino Calabro, minatore.

Viaggiavo con la littorina da più anni. Di tanto in tanto questa, prima di transitare sul ponte, poi crollato, rallentava la corsa. Dopo il disastro si disse che il rallentamento della corsa era dovuto al fatto che il ponte era lesionato e quindi motivi di prudenza consigliavano in quel tratto ridurre la velocità.

 

2) Fuduli Rosa fu Leonardo di anni 30, residente a Vibo Valentia, insegnante.

Proprio da Stirparo Maria Carmela, madre del defunto Francolino Giuseppe, deceduto in occasione del disastro, perchè anch'egli trovavasi nella littorina, mi riferii il giorno in cui fu interrogata dal Procuratore della Repubblica, mentre si era in attesa di essere chiamate, di avere appreso dall'insegnante Benvenuto che questa, la sera precedente al disastro, viaggiando sulla littorina, con l'ultima corsa, giunta la littorina stesa sul ponte, avvertì, unitamente agli altri passeggeri, una scossa come se la littorina sbandasse, tanto che i passeggeri ebbero paura e temendo che la littorina precipitasse, si si raccomandavano l'anima a Dio. Evidentemente il ponte doveva aver presentato delle lesioni o delle fratture tali, da cominciare a cedere lentamente, senza che chi era predisposto alla sorveglianza continua, si fosse affatto preoccupato di accertare, come sarebbe stato suo dovere, le condizioni statiche del ponte stesso. Era notorio e le lamentele si manifestavano apertamente, che la manutenzione e la sorveglianza lungo la linea ferrata venivano trascurate.

Debbo aggiungere che circa un anno dopo della disgrazia, mi pare il 20 novembre 1952, venne a trovarmi a casa l'Avv. Romano, impiegato presso la Direzione delle Calabro Lucane di Catanzaro, pregandomi di non insistere presso la giustizia e di non ufficiare alcun difensore, perchè l'amministrazione avrebbe curato di liquidare i danni. Da allora in poi non si è fatto più vedere alcuno.

Insisto per la punizione di chi risulterà responsabile

 

3) Lamberto Antonino fu Salvatore di anni 34 carabiniere scelto in Calimera Calabro

Dichiaro che erroneamente, allorchè fui sottoposto a perizia medica in data 19-4-1952, fu emesso giudizio di essermi guarito nel termine di giorni 30 mentre, come risulta dal certificato del Dott. Luigi Teti del 16-1-1952, in quest'epoca ero ancora affetto da un'ematoma traumatico all'inguine sinistro, in via di assorbimento. La mia guarigione ebbe a verificarsi in circa giorni novanta.

Anch'io ero sulla littorina, la quale, appena giunta all'inizio del ponte cominciò a sbandare e subito dopo precipitò nel vuoto. Durante il ricovero in ospedale ed anche dopo intesi dire da più persone, che non sono in grado d'indicare, tanto che poteva considerarsi voce pubblica generale, che il ponte, poi crollato, era pericolante e lesionato, e ciò era anche a diretta conoscenza dell'Amministrazione Ferroviaria a mezzo dei suoi impiegati. Si diceva anche che il termine di stabilità del ponte era stato superato, per cui l'Amministrazione avrebbe dovuto a tempo adottare quegli accorgimenti, tanto più che si infilava dell'acqua alla base, necessarii ad evitare che il crollo del ponte si potesse prima o poi verificare.

 

4) Rovelli dott. Domenico di Giuseppe di anni 32 residente a Vibo Valentia, Commissario Aggiunto di P.S.

........ Successivamente non espletai ulteriori indagini e pertanto non sono in grado riferire alla giustizia altre circostanze specifiche. Siccome avevo udito delle voci sulle non buone condizioni della strada ferrata e del ponte crollato, cercai di appurare in proposito qualche particolare che potesse dare la via per arrivare all'accertamento della responsabilità. da persone di Pizzo, mi fu detto in confidenza, che il Senatore Salomone in rapporto alle pessime condizioni di manutenzione della strada ferrata e quindi anche del ponte crollato, aveva fatto al Senato in data 16 settembre 1948, un'interpellanza nei termini da me indicati nel rapporto a foglio 76. Tale circostanza, del resto, può essere dalla giustizia controllata, chiedendosi al Senato copia dell'interpellanza dianzi cennata. Da quanto sopra si desume che, in effetti, la manutenzione non era regolarmente curata e qualche cosa di anormale era stata notata da suscitare un certo allarme ed indurre il Senatore Salomone a sollecitare il Ministero dei Trasporti per gli opportuni provvedimenti a garenzia dell'incolumità dei viaggiatori.

Accertai anche rispondente a verità l'altra circostanza riguardante il comportamento del Dott. Broussard, il quale, evidentemente nell'interesse dell'Amministrazione Calabro Lucana o di altra persona che potesse avere qualche responsabilità, si preoccupò, acquistandoli, di far sparire dalla circolazione di Pizzo i giornali che segnalavano il disastro e facevano dei commenti non favorevoli all'Amministrazione stessa. 

 

5) Esposito Raffaele di Vincenzo di anni 50

Dal 3 settembre al 10 ottobre 1951 lavorai nel fondo "Villamena", di proprietà della Signora Giliberti, per manifatturare dei carboni. La lavorazione avveniva esattamente in un punto distante dal ponte poi crollato, circa trenta metri. Invero, attendendo al mio lavoro, non mi ero curato di guardare il ponte con particolare attenzione e quindi non mi ero accorto se lo stesso presentasse o meno delle lesioni od altre alterazioni. Nella seconda quindicina del mese di settembre 1951, in un giorno imprecisato, nel pomeriggio, verso le ore 16, venne dove lavoravo Scuticchio Francesco, che avevo avuto occasione di conoscere in quel torno di tempo, per acquistare trenta chilogrammi di carbone. Dopo aver pesato ed insaccato il carbone, lo Scuticchio mi offrì una sigaretta ed entrambi ci sedemmo li mettendoci a parlare accademicamente. Ad un certo momento lo sguardo fu rivolto verso il ponte ed allora lo Scuticchio, indicandomi "una spaccatura" che si notava su un pilone, esclamò: "Guarda come è spaccato il ponte e non se ne accorge nessuno", intendendosi riferire con quest'ultima espressione alle persone competenti. Guardai nel punto indicatomi dallo Scuticchio e notai, poichè era visibilissima, una lesione sul primo pilone andando da Pizzo verso Vibo Marina, che, da quella distanza mi sembrò fosse della lunghezza di circa settanta centimetri e della larghezza di circa dieci. Poichè in materia non sono affatto competente, non diedi eccessiva importanza alla cosa e del fatto non parlai con nessuno.

Dal momento in cui mi allontanai da quel luogo non vi feci più ritorno e quindi non sono in grado di riferire altre circostanze.

La sentenza, pronunciata a novembre del 1954 stabilisce che:

"nel procedimento penale a carico di ignoti per avere, per colpa, cagionato un disastro ferroviario verificatosi la mattina del 17 novembre 1951, in località "Ciliberto" in agro di Vibo Valentia, in seguito a crollo di due arcate del ponte delle Ferrovie Calabro-Lucane sul burrone "Torre Bianca" in cui precipitò la littorina n. 340, cagionando la morte di 9 persone ed il ferimento di 24 persone".

Fatto

Il 17 novembre 1951, verso le ore 5, al passaggio del treno A.340, effettuato con un'automotrice Diesel meccanica portante il numero M1.36 e diretto a Vibo Marina, si verificava il crollo della seconda pila verso Pizzo con le due arcate adiacenti del viadotto costituito da tre archi di luce a tutto sesto di 10 metri ciascuno, insistenti su due pile centrali, che misuravano circa 14 metri dal piano di fondazione all'imposta e due spalle estreme, sito alla progressiva Km 2+236 della linea Vibo Valentia Marina-Mileto, gestita dalle Ferrovie Calabro-Lucane.

A seguito del crollo l'automotrice precipitava nel sottostante vallone denominato "Timpabianca o Giliberto" e, dopo la caduta, si presentava in posizione verticale ed obliqua con la parte posteriore schiacciata al suolo......

Quindi contemporaneità del crollo con il passaggio dell'automotrice, onde è evidente che le vibrazioni e le sollecitazioni dinamiche indotte all'opera dal passaggio di essa costituirono la causa ultima e determinante del crollo di quella parte dell'opera, che certamente dovevasi trovare già al limite di equilibrio.

In conseguenza del disastro trovavano la morte 9 viaggiatori, mentre 24 rimanevano feriti più o meno gravemente ed uno di questi decedeva successivamente in ospedale".

Il Procuratore della Repubblica di Vibo Valentia ed il Pretore di Pizzo iniziarono le indagini. Campioni di calcestruzzo e malta furono inviati per essere analizzati al Politecnico di Torino ed il perito incaricato, il prof. ing. Franco Levi stabilì che gli "impasti" presentavano una resistenza molto bassa e non contenevano che "una scarsa percentuale di componenti atti a conferire la qualità di resistenza e di idraulicità che vengono ordinariamente richieste per la confezione di strutture potanti".

Anche i periti Nucera e Teti con relazione del 25 novembre 1952 avevano rilevato che la muratura della pila non era stata eseguita a regola d'arte, utilizzando malte con potere collante molto basso.

Infatti era stata anche utilizzata la sabbia marina.

Quindi i periti evidenziano la debolezza della struttura ed i testimoni riferiscono di lesioni rabberciate solo per essere nascoste.

I successivi due periti incaricati, l'ing. Piero Pozzati ed il prof. Bruno Botta entrambi da Bologna, affermarono che "il crollo fu improvviso, che non era possibile affermare se fosse stato preceduto da manifestazioni controllabili; che il crollo provocò certamente gravi conseguenze anche alle pareti che non furono trascinate nella rovina, ma non era possibile dopo un tale evento distinguere con sicurezza l'età delle lesioni e valutare la gravità di quelle che furono avvistate alcuni anni prima del disastro; che fra le cause del crollo ebbe certamente importanza predominante la pessima fattura della pila, costituita da una parte chiusa di muratura e ripiena di materiale incoerente".

Nella relazione presentata dalla Direzione dell'Esercizio delle Ferrovie Calabro-Lucane di Catanzaro, redatta dall'ing. Principale Capo Gruppo, dott. Guido De Santis, definita "interessata e non serena", si giunge a detta conclusione: il crollo del ponte è avvenuto contemporaneamente al passaggio dell'automotrice e nessun segno premonitore si era manifestato, nè si poteva manifestare , prima del disastro" e concludeva che la causa del crollo era da attribuirsi unicamente al cedimento della fondazione a causa delle alterazioni indotte dalle infiltrazioni delle acque al di sotto del livello del terreno.

Conclusione

non doversi procedere per il delitto di cui all'art. 449 cp Codice Penale per esserne rimasti ignoti gli autori. 3 novembre 1954"